3 aprile 2012

ANZI ...


                     


 con







                                                                               Considerato

che l’ultimo ventennio di amministrazione a Boscotrecase non ha apportato, sotto l’aspetto paesaggistico, turistico, imprenditoriale, sociale, di vivibilità e di dignità, alcun beneficio paragonabile alla crescita ottenuta nello stesso periodo dagli altri paesi Nazionali ;    Anzi …

Valutato

che le stesse amministrazioni hanno immaginato di protrarre l’ agonia di questo progetto deleterio e infinito;   Anzi …                   
Pur di rafforzarlo, hanno coalizzato l’avvicendarsi dei vari governi in un’unica lista;

Identificato

Una nuova e sana sinergia capeggiata dalla figura a sindaco del dr Federico, a cui mai è stata delegata l'opportunità di governare, denominata Boscotrecase libera e  costituita non solo da forze politiche, Anzi …                                                               
Esperti della politica locale affiancano nuove vitalità della società civile, giovani professionisti, e associazioni del territorio che tantissimo hanno da dire, anzi …, da fare

Ha deciso

Di coalizzarsi  a questo gruppo rendendolo ancor più forte e credibile  con  il suo rappresentante Filippo Vitiello, sicuro e determinato nel scendere in campo e partecipare alla lotta, anzi …


Dà voce alla tua voce, un calcio a questa eterna amministrazione e finalmente …  
libera Boscotrecase Insieme si può …

Anzi…

4 dicembre 2009

Storie di tritolo cavalli e Forza Italia

Il nuovo potere che si snoda tra‘92 e‘93 e le scelte politiche dei clan. Le trasferte dei boss al nord e la nuova trattativa. E oggi Spatuzza e le paure di Berlusconi.

di Peter Gomez

A Firenze, quella notte, c'era un ragazzo affacciato a una finestra. Chi l’ha visto racconta che “urlava”, ma che “a un certo punto ci fu una fiammata e sparì”. A Firenze, quella notte, c'era una bimba. Aveva solo sei mesi e si chiamava Caterina. Dalle macerie della Torre del Pulci la estrassero dopo tre ore. Era come avvoltolata in un materasso. Sul viso aveva solo un graffio e per qualche minuto il medico che la soccorreva pensò di poterla salvare. Ma si sbagliava.

A Firenze, in quella tiepida notte di maggio, morirono in cinque. E altri cinque se ne andarono esattamente due mesi dopo, il 27 luglio, a Milano. Uccisi da un'autobomba in via Palestro, mentre a Roma saltavano in aria due chiese e il presidente del Consiglio, Carlo Azeglio Ciampi, credeva che fosse in atto un colpo di Stato. Il centralino di Palazzo Chigi, forse perché sovraccarico di chiamate, non funzionava.

I politici, fiaccati dalle indagini sulla loro corruzione e messi in ginocchio dagli avvisi di garanzia firmati dal pool di Mani Pulite, parlavano di terrorismo internazionale, di kommando arabi, di servizi segreti deviati. Solo l’ex segretario del Partito socialista Bettino Craxi sembrava capire. E ai giornalisti diceva: “Qualcuno vuole creare un clima di completa paura. Le bombe si propongono di aprire la strada a qualcosa, non di rovesciare qualcosa. Il potere politico è già stato rovesciato, o quasi”.

SCHEGGE E FRAMMENTI

Eccolo qui il racconto dell’estate del terrore. Eccoli qui quei fatti del 1993-94 ai quali, con “follia pura”, secondo il premier Silvio Berlusconi, “frammenti di procure guardano ancora”. Una lunga scia di sangue e tritolo che ufficialmente si apre nella Capitale 14 maggio ‘93 quando in via Fauro, il presentatore Fininvest, Maurizio Costanzo, sfugge per miracolo a un attentato dinamitardo. E che prosegue, dopo le bombe di Firenze, Milano e Roma, con l’assassinio di don Pino Puglisi a Palermo, con la mancata strage di carabinieri allo Stadio Olimpico (“i morti dovevano essere cento” ha ricordato il pentito Gaspare Spatuzza)e il tentativo di far fuori con la dinamite lo storico collaboratore di giustizia, Totuccio Contorno, il 14 aprile del 1994.

Come nasca la strategia stragista di Cosa Nostra ce lo dicono ormai decine di sentenze definitive. Intorno al 1991 il capo dei capi Totò Riina, capisce che, nonostante le garanzie ricevute da un pezzo di Democrazia cristiana, attraverso l’eurodeputato Salvo Lima, il maxiprocesso, in cui lui stesso è stato condannato all’ergastolo, andrà male.

In Cassazione il verdetto non sarà annullato perchè il giudice Giovanni Falcone, che adesso lavora al fianco del Guardasigilli socialista Claudio Martelli, sta per imporre la rotazione delle sezioni specializzate in fatti di mafia: Corrado Carnevale, il giudice che allora tutti chiamavano “ammazzasentenze” verrà tagliato fuori. In provincia di Enna tra il novembre del 1991 e il febbraio del 1992, si tengono così una serie di vertici tra boss per cercare di recuperare terreno.

«Durante gli incontri», ha raccontato il pentito Filippo Malvagna, «Riina fece presente che la pressione dello Stato contro Cosa Nostra si era fatta più rilevante e che comunque vi erano segnali del fatto che tradizionali alleanze con pezzi dello Stato non funzionavano più». Per questo l’allora capo dei capi decise «fare la guerra per poi fare la pace». Di sparare sempre più in alto per poi aprire una trattativa da una posizione di forza. Come in Colombia.

Vengono messi in calendario gli omicidi dei politici che la mafia considera traditori. Quello di Lima, quello del grande elettore democristiano e uomo d’onore Ignazio Salvo, più una lunga serie di leader di partito che verranno invece risparmiati: Martelli, Salvo Andò, Calogero Mannino e molti altri. Si discute dell’attentato a Falcone.

Si parla della morte di personaggi dello spettacolo e della televisione come Maurizio Costanzo e Michele Santoro.

E intanto si ragiona di politica. Nel dicembre del ‘92, con due anni di anticipo rispetto alla creazione di Forza Italia, Leonardo Messina, ex braccio destro del boss della provincia di Caltanissetta, Piddu Madonia, racconta davanti alla Commissione Parlamentare Antimafia, che “Cosa Nostra ha deciso di farsi Stato”. Riina infatti in quelle riunioni annuncia pure la nascita “di un partito nuovo”, formato da massoni e da colletti bianchi, con l’obiettivo di arrivare “alla creazione di uno Stato indipendente del Sud all’interno della separazione dell’Italia in tre Stati”.

IL CORTEGGIAMENTO DI CRAXI

Muore così Falcone e 57 giorni dopo tocca a Paolo Borsellino. Cosa Nostra è alla disperata ricerca di nuovi referenti politici. Attraverso l’ex sindaco Vito Ciancimino sono state inoltrate allo Stato una serie di richieste (il famoso papello), ma quello spiraglio di trattativa non ha portato a niente di concreto.

E sta sfumando anche l’idea, coltivata almeno a partire dal 1987, di stringere un patto con Bettino Craxi. Il lungo corteggiamento avvenuto, secondo la sentenza che in primo grado ha condannato Marcello Dell’Utri, attraverso i vertici della Fininvest è rimasto senza risultati.

Certo, con il gruppo del biscione i legami - antichi - si sono consolidati. Ogni anno, come racconta il processo Dell’Utri, a Riina arrivano 200 milioni di lire in regalo. Soldi di cui parlano molti pentiti e di cui è stata persino trovata una traccia documentale.

Un appunto nel libro mastro del pizzo della famiglia mafiosa di San Lorenzo in cui è annotato “1990 Canale 5,5 milioni regalo” (il denaro secondo i collaboratori di giustizia veniva diviso da Riina tra i diversi clan ndr). Ma Craxi sta per essere messo fuori gioco dalle inchieste di Mani Pulite. Per la mafia continuare a puntare su di lui non ha più senso. Che fare?

L’unica speranza concreta è rappresentata dai fratelli Filippo e Giuseppe Graviano, i due giovanissimi boss di Brancaccio. Due ragazzi dalla faccia pulita che a Palermo controllano, attraverso prestanome, alcune delle più grandi imprese di costruzioni della città. A partire dai primi del ‘92 hanno cominciato ad andare spesso al Nord, o meglio a Roma e a Milano, dove hanno dei contatti importanti. Che parlino con Marcello Dell’Utri lo sostiene per primo davanti ai magistrati, già nel 1997, una loro testa di legno. L’ex funzionario della Dc, Tullio Cannella, e lo ribadisce adesso, con più chiarezza, il superpentito Gaspare Spatuzza.

Si tratta però di dichiarazioni de relato. L’unico fatto certo è invece che Dell’Utri, a partire dal giugno del 1992, ha assoldato una serie di consulenti (lo dimostrano le carte sequestrate a Publitalia) per spiegare ai manager della concessionaria di pubblicità e a quelli di Programma Italia del banchiere socio di Berlusconi, Ennio Doris, i segreti della politica.

Altrettanto incontestabili sono poi le continue telefonate e visite a Milano 2 di Gaetano Cinà, un uomo d’onore della famiglia di Malaspina (un clan vicinissimo a Provenzano), amico da una vita di Dell’Utri.

Così mentre Dell’Utri ragiona di politica e, nel timore che le indagini di Mani Pulite portino al governo le sinistre, insiste sul Cavaliere perché scenda direttamente in campo, la mafia in Sicilia continua ad attaccare lo Stato. Il 15 gennaio del ‘93 accade però un imprevisto: Totò Riina finisce in manette.

Suo cognato, Luchino Bagarella, raduna gli amici e dice: “Finché ci sarà un corleonese fuori si va avanti come prima”. La scelta è obbligata. Tra il popolo di Cosa Nostra c’è molta insofferenza. Adesso bisogna pure convincere lo Stato a chiudere i supercarceri di Pianosa e l’Asinara, appena riaperti, e a eliminare il 41 bis. Il problema è che con Mani Pulite che impazza mancano interlocutori affidabili.

IL “SEGNALATORE”

Non è chiaro chi dia alla mafia l’idea di distruggere i monumenti con le bombe. Cioè di fare azioni eclatanti che però non colpiscono (in teoria) le persone, ma le cose.
Una delle piste battute dalla procura di Firenze negli anni ‘90, sulla base delle dichiarazioni dei collaboratori di giustizia, portava sempre alla Fininvest. Ma, in assenza di riscontri indiscutibili, tutto è stato archiviato.
Certi sono invece due fatti. A pretendere che le stragi avvenissero fuori dalla Sicilia è stato il grande protettore dei Graviano, il boss Bernardo Provenzano.

Mentre la riunione operativa che ha preceduto gli attentati è avvenuta il primo aprile del‘93, in un villino di Santa Flavia, vicino a Palermo, di proprietà di Giuseppe Vasile, un appassionato di cavalli, poi condannato per favoreggiamento dei Graviano. Vasile è un driver dilettante e corre in pista con Guglielmo Micciché, il fratello di Gianfranco, che sarà poi coordinatore di Forza Italia in Sicilia.

Figlio di un vecchio uomo d’onore di Brancaccio, Vasile mette dunque a disposizione la sua abitazione per l’incontro in cui Leoluca Bagarella, Giuseppe Graviano e Matteo Messina Denaro - il giovane boss di Trapani fattore della famiglia del futuro sottosegretario agli Interni, Antonio D’Alì - ragionano di bombe. Durante il summit si decide che a colpire siano i Graviano, Matteo Messina Denaro e i loro uomini. Tutti loro partono per il continente e per mesi non hanno più contatti con Bagarella.

Ma è a Palermo che avviene un fatto davvero strano. il 12 maggio, 48 ore prima dell’azione contro Costanzo, Vasile, con un amico titolare di una ricevitoria di totocalcio, entra nell’agenzia numero 27 del Banco di Sicilia, diretta da Guglielmo Micciché. I due chiedono a Micciché di cambiare 25 milioni in contanti in assegni circolari. L’operazione viene eseguita immediatamente.

Gli assegni verranno poi utilizzati per tentare di affittare una villa in Versilia dove ospitare, presentandoli sotto falso nome, sia i fratelli Graviano che Matteo Messina Denaro.
Una vacanza che proseguirà almeno fino a luglio, mentre l’Italia viene messa a ferro e fuoco.

Poi i Graviano partono di nuovo. Si dirigono a Porto Rotondo, dove resteranno per tutto agosto, mentre a poche centinaia di metri, nel suo buen retiro di villa La Certosa, Berlusconi trascorre lunghi fine settimana mettendo a punto il suo nuovo partito.

Infine l’ultimo viaggio. La meta è Milano, dove i due fratelli verrano arrestati il 27 gennaio del ‘94. In quel periodo però si fa vedere in città anche l’ex fattore di Arcore, Vittorio Mangano.

Il boss di San Giuseppe Jato, Giovanni Brusca, e il Luchino Bagarella, lo hanno infatti incaricato di contattare il Cavaliere. Brusca, una volta pentito, racconta che a fine settembre né lui, né Bagarella, avevano più notizie dei Graviano.
Per questo Mangano viene convocato d’urgenza e gli viene chiesto di riallacciare i suoi antichi rapporti.

Il 2 novembre,come risulta dalle agende sequestrate alla segretaria di Dell’Utri, l’ex fattore chiama il futuro senatore azzurro in quel momento impegnato negli ultimi preparativi di Forza Italia.

Poi lo cerca di nuovo e spiega per telefono che tornerà a fine mese. Sulle agende si legge: «Mangano Vittorio sarà a Milano per parlare problema personale» e ancora: «Mangano verso 30-11 5 giorni prima convoca con precisione».

L’incontro, come conferma Dell’Utri, avviene per davvero: “Di tanto in tanto”, dice il senatore, “Mangano mi veniva a trovare. Mi parlava della sua salute”.
Non è chiaro invece, ma è altamente probabile, se a Milano il boss incontri anche i Graviano.
Di sicuro in quei mesi tra la famiglia di Porta Nuova, capeggiata da Mangano, e quella di Brancaccio viene inaugurata una sorta di alleanza.

Spatuzza ricorda che i Graviano gli chiesero di andare a Porta Nuova per risolvere un problema di ordine pubblico mafioso: punire dei ladri che si muovevano fuori dagli ordini del clan. Lui rimase sorpreso. Ma poi, quando nel gennaio del ‘94, Giuseppe Graviano gli disse di aver stretto un patto con Berlusconi e Dell’Utri, cominciò a capire.

"Da Il Fatto Quotidiano del 29 novembre"

29 settembre 2009

Legalità e trasparenza, giovedì 1 ottobre Milano

Legalità e trasparenza amministrativa sono due potenti strumenti di democrazia che purtroppo sono stati - e sono - troppo spesso vituperati nell'Italia repubblicana.
Da tempo assistiamo a più o meno gravi fenomeni di corruzione: dalla classica "raccomandazione" ai processi "aggiustati" o sospesi per favorire il potente di turno, ai dipendenti fedeli a qualsiasi amministrazione, rimossi o "dimissionati" perché onesti osservatori dello stato e non del potere.
Molte amministrazioni pubbliche, divise per territori, funzioni o carriere, spesso diventano feudo di poteri politici che nulla hanno di democratico.
Nell'Italia di Berlusconi la situazione è anche peggiorata, siamo ormai alla denigrazione dei magistrati scomodi, all'impoverimento dell'amministrazione pubblica (vedi scuola e sanità) a favore dell'attività imprenditoriale privata degli "amici".
L'Italia dei Valori è contraria al neofeudalesimo, vogliamo tornare agli schietti valori repubblicani scolpiti nella Costituzione, perché se la res publica, in quanto tale, è di tutti, non può essere piegata agli interessi di pochi o, peggio, di uno solo.
Si tratta di una grossa battaglia democratica nella quale noi siamo in prima fila.
Ne discuteremo nel corso del convegno "Legalità e Trasparenza Amministrativa. "Una normalità mai raggiunta", che l'Italia dei Valori ha organizzato a Milano il 1° ottobre, alle ore 20.30, presso la Sala Di Vittorio della Camera del lavoro, in C.so di Porta Vittoria, 43. Al convegno parteciperanno Luigi De Magistris, Nicola Tranfaglia, Basilio Rizzo, Flavia Fulvio, modererà il dibattito Peter Gomez.

Giuliana Carlino    

15 settembre 2009

7° Raduno d'auto d'epoca a Boscotrecase

Boscotrecase, 13 settembre piazza Municipio. All'appuntamento erano circa 60 tra auto e moto d'epoca. Bello lo scenario che si scorgeva subito dopo la salita che porta nel piazzale antistante la casa comunale, sembrava che il tempo si fosse fermato, anzi che si fosse divertito a riportarci in un epoca così remota che molti dei visitatori hanno hanno potuto vivere solo attrverso pellicole cinematografiche. Molti gli appassionati, tanti i curiosi, foto scattate per immortalare quelle splendide macchine che se avessero avuto il dono della parola chissà le storie che ci avrebbero raccontato, oltre l'amore dei proprietari che ancora le tengono in vita e in ottima salute. La sfilata è stata capeggiata dalla MG del 1960 di Malvone Giuseppe con a bordo il Sindaco, dott.ssa Agnese Borrelli. A seguire:
L'Opel Record del 1967 di Luigi Esposito, Mini Minor del 1980 di Giuseppe Guastafierro, Alfa Duetto del 1980 di Perino Antonio, Alfa Romeo Giulia del 1972 di Del Sorbo Catello, Fiat 750 Super del 1963 di Vitalini Antonio, Fiat 500C del 1950 di D'Auria Bernardo, Alfa Romeo Duetto del 1971 di Luigi Aquino, Fiat 126 del 1973 do Giovanni Avino, Citroen Pallas 1961 di Manzo Raimondo, Fiat 500 c belvedere del 1950 di Domenico Guastafierro, De Luca Gennaro con la sua Citroen Diana del 1980, Russo Luigi con la Fiat 500 c del 1970, Borrelli Giuseppe con la Lancia Appia del 1958, Giuseppe Amato con la Topolino B del 1948, Vangone Giovanni con la fiat 500 del '65, Villano Domenico ancora fiat 500 del '71, Franco Arpino con una Porsche del 1974, Giuseppe Guastafierro con l'Alfa SPider Duetto del 1985, D'auria Agostino con la GIulia del 1968 e tante altre bellissime auto che difficilmente si vedono in circolazione tre le quali non possiamo dimenticare la Balilla di Russo Giuseppe del lontano 1935 e poi ancora tante moto tra le quali la mitica Vespa, la Lambretta, il Kawasaki e " 'o Motom". Insomma veramente un raduno che, a prescindere dalle critiche e dall'invidia di chi altro non sa fare, merita tutta la nostra stima. Grazie all'organizzazione e... Appuntamento per iol prossimo anno.
(clicca sul titolo x guardare le foto)

26 maggio 2009

20 maggio 2009

No Comment

http://www.voglioscendere.ilcannocchiale.it/2009/05/19/si_dice_il_corrotto_ma_non_il.html

(trovato in rete e pubblicato)

il voto: Primo e ultimo gesto di libertà.

http://www.youtube.com/watch?v=ZYAQbpUFdbk (trovato in rete e pubblicato)

Elettori, sappiate che dando appoggio al vostro "amico" voterete anche il Presidente a cui fa riferimento la lista e che alle provinciali non c'è possibilità che vi controllino il voto.
Ricordate, inoltre, che a un politico non è data la facoltà di "far piaceri", di conseguenza o sta avallando un vostro diritto oppure vi state rendendo suo alleato nel negare lo stesso diritto a terze persone.

Possono spegnersi le persone che hanno mal gestito la sinistra, non i suoi ideali.